Guido Trebo


Per la Giornata della Memoria partire da Arco non è un esercizio di localismo, ma un atto di responsabilità. La storia, quando la si guarda negli occhi, smette di essere astratta e diventa coscienza civile.



Il 21 dicembre 1943 quattro persone di religione ebraica che vivevano ad Arco furono arrestate e avviate alla deportazione verso Auschwitz: Eva Haas Flatter, Gino Tedeschi, Arturo Salomone Cassin e Leo Zelikowski. Tre di loro non tornarono. Solo Leo Zelikowski sopravvisse e, dopo la guerra, fece ritorno ad Arco, che continuò a considerare la sua casa. La sua testimonianza, mai intrisa di odio o desiderio di vendetta, è stata per decenni un esempio altissimo di dignità umana, di amore per la vita e di fiducia nella possibilità di una convivenza fondata sul rispetto.

Ricordare la Shoah significa anzitutto ricordare la persecuzione e lo sterminio degli ebrei, vittime di un progetto ideologico che aveva al centro il razzismo di Stato. L’Italia fascista non fu spettatrice neutrale: le leggi razziali del 1938 furono una scelta politica precisa, che privò cittadini italiani dei diritti fondamentali, li isolò, li rese vulnerabili e infine li consegnò alla macchina di morte nazista.

Ma nei campi di concentramento e di sterminio finirono anche molte altre “categorie” di esseri umani: oppositori politici, omosessuali, rom e sinti, persone con disabilità, testimoni di Geova, massoni, prigionieri di guerra, persone bollate come “asociali”. Il filo che univa tutte queste vittime era la stessa logica: dividere il mondo in “giusti” e “sbagliati”, in vite degne e vite indegne, in gruppi da includere e gruppi da eliminare. Una semplificazione brutale della realtà, che trasformava la complessità dell’umano in una gerarchia di valore. In un sistema simile, per una ragione o per l’altra, quasi nessuno poteva davvero dirsi al sicuro.

Ad Arco, accanto alla responsabilità storica di uno Stato convintamente fascista, esistette però anche un’altra storia: quella di una comunità che, in molti casi, seppe essere solidale. Le ricerche di Maria Luisa Crosina e le testimonianze di Leo Zelikowski raccontano di vicini che portarono viveri e biancheria ai detenuti, di affetti che non vennero meno, di gesti di umanità che resistettero dentro un contesto di violenza e sopraffazione. È una verità che va tenuta insieme all’altra, senza retorica: la colpa di un sistema politico e la dignità di tante persone comuni.

La memoria, però, non serve solo a guardare indietro. Serve soprattutto a leggere il presente. I meccanismi che portarono alle leggi razziali e alla deportazione non nacquero all’improvviso: furono preparati da un clima culturale che semplificava, divideva, individuava nemici, costruiva consenso indicando categorie di persone come problema.

Oggi non viviamo in un regime totalitario, ma assistiamo al riemergere di linguaggi e logiche che dovrebbero preoccuparci. I nuovi fascismi spesso non si presentano con i simboli del passato: assumono la forma di populismi, di destra e di sinistra, che riducono la complessità sociale a una contrapposizione morale permanente, che separano il mondo in “buoni” e “cattivi”, che individuano gruppi umani da additare al disprezzo pubblico. Il diverso, lo straniero, il migrante, il presunto privilegiato, il povero, il ricco, l’oppositore politico, l’élite, il turista, il proprietario: di volta in volta cambia il bersaglio, ma resta la stessa struttura mentale, quella che trasforma intere categorie in colpevoli collettivi.

È una dinamica pericolosa, perché abitua a pensare che esistano persone “di troppo”, gruppi sociali “sbagliati” in quanto tali, e che quindi possano essere esclusi, umiliati, colpiti simbolicamente. La storia del Novecento ci insegna dove può condurre questa cultura della semplificazione e dell’odio. La Giornata della Memoria serve anche a riconoscere per tempo questi segnali e a difendere la complessità, contro ogni tentazione di dividere la società in blocchi contrapposti.

Da anni mi occupo di Arco e della sua storia, convinto che una comunità matura si costruisca anche attraverso una memoria consapevole, rigorosa, capace di parlare al presente. Proprio per questo, durante il mio mandato di assessore alla cultura, insieme all’Ufficio Attività Culturali del Comune allora composto da Giancarla Tognoni, Katia Berlanda ed Elisa Poletti, abbiamo lavorato perché il ricordo dei deportati arcensi non fosse solo affidato alle cerimonie, ma diventasse racconto, ricerca, testimonianza viva.

Il lavoro della storica Maria Luisa Crosina, che ha ricostruito con rigore le vicende degli ebrei residenti in Trentino e in particolare ad Arco, è stato ed è tuttora un punto di riferimento fondamentale per la nostra Comunità. Le sue ricerche hanno dato origine al volume Storie ritrovate: ebrei nella provincia di Trento, hanno contribuito in modo decisivo alla nascita del cippo commemorativo di via Bruno Galas e all’istituzione delle cerimonie che ogni anno ne rinnovano il significato. Durante il mio mandato ho voluto valorizzare ulteriormente questo patrimonio di memoria curando personalmente una serie di video tratti da un’unica, ampia intervista a Maria Luisa Crosina, nella quale la storica ripercorre, con rigore e partecipazione, le vicende dei deportati arcensi ad Auschwitz: Eva Haas Flatter, Gino Tedeschi, Arturo Salomone Cassin e Leo Zelikowski. Non si tratta di testimonianze separate, ma di un racconto unitario, costruito a partire dalla sua ricerca, che restituisce contesto, volti, storie e legami con la Comunità di Arco. Inoltre, insieme al sindaco Alessandro Betta e alla Giunta, abbiamo promosso e sostenuto il conferimento a Maria Luisa Crosina della massima onorificenza cittadina, come riconoscimento ufficiale per un contributo scientifico e civile che ha arricchito in modo duraturo la coscienza storica della nostra Comunità.

Qui sono raccolti i video dedicati ai deportati arcensi ad Auschwitz:

Introduzione
https://www.facebook.com/share/v/16takLy44S/?mibextid=wwXIfr

Eva Haas Flatter
https://www.facebook.com/share/v/14TivSnDTkN/?mibextid=wwXIfr

Gino Tedeschi
https://www.facebook.com/share/v/1BptYoTm52/?mibextid=wwXIfr

Arturo Salomone Cassin
https://www.facebook.com/share/v/1C8RP54JEs/?mibextid=wwXIfr

Leo Zelikowski
https://www.facebook.com/share/v/1RRgiiEmK6/?mibextid=wwXIfr

In queste testimonianze non c’è retorica. C’è la vita concreta di una giornalista brillante come Eva Haas Flatter, separata dal figlio e uccisa ad Auschwitz; la dolcezza di Gino Tedeschi, ricordato per la sua fede e per l’affetto della Comunità; la figura quasi senza tracce di Arturo Salomone Cassin, cancellato subito all’arrivo nel campo; e soprattutto la storia di Leo Zelikowski, sopravvissuto, capace di tornare e di insegnare che “l’unica cosa che odio è odiare”.

La Giornata della Memoria non è un rito da consumare una volta all’anno. È un esercizio di vigilanza morale. Ci ricorda che la civiltà è fragile, che può regredire, che può trasformare cittadini in bersagli e leggi in strumenti di persecuzione. E ci insegna che tutto questo può accadere anche in comunità colte, ordinate, apparentemente pacifiche.

Ricordare Eva, Gino, Arturo e Leo significa ribadire che la dignità umana viene prima di ogni ideologia, che la libertà non è mai acquisita una volta per tutte, che l’indifferenza e la semplificazione sono sempre il primo gradino della catastrofe. È questo il senso più profondo della Memoria: non solo onorare i morti, ma assumersi la responsabilità di difendere i vivi.