La città di Arco si è risvegliata, nel giorno di Pentecoste, con una nuova voce: quella della sua Chiesa Collegiata. Dopo sette anni di silenzio, infatti, lo storico organo è tornato a suonare, riempiendo le navate di un suono maestoso e commovente, come un respiro trattenuto troppo a lungo che finalmente si libera. E non è un caso che ciò sia accaduto proprio in questa domenica, che celebra il dono dello Spirito Santo: presenza che anima, respiro che genera vita, soffio che si manifesta nel tempo e nello spazio come segno dell’amore di Dio.

Nel Vangelo di Pentecoste dell’anno A, Gesù Risorto soffia sugli apostoli e dice: «Ricevete lo Spirito Santo» (Giovanni 20,22). Quel soffio, che fa nascere la Chiesa, ieri ha fatto rinascere ciò che da anni era costretto al silenzio.
L’organo è molto più di uno strumento. Esso è mistero che si manifesta, è soffio che si fa suono, è aria che diventa canto. Le canne dello strumento posto nella cantoria della nostra Collegiata, silenziose per anni, sono state come sentinelle in attesa del giorno in cui il loro alito avrebbe di nuovo parlato a Dio e agli uomini. E ora che la loro voce è tornata, possiamo dire che la Collegiata ha ritrovato la propria anima sonora. Come un bambino che, dopo lungo silenzio, pronuncia finalmente le sue prime parole, così l’organo ha spezzato il silenzio con un canto di bellezza, come ha sottolineato il maestro Paolo Delama.
Mi piace pensare che il suono dell’organo, generato dal soffio, sia immagine dell’opera creatrice di Dio. Come nella Genesi, quando “il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente” (Genesi 2,7), così ogni nota uscita ieri sera da quelle canne è stata un frammento di creazione, un atto di vita.
La storia dell’organo ad Arco è antica e carica di significato. Come ricordato dall’ottimo Romano Turrini, nel 1732 fu il conte Sigismondo d’Arco, canonico di Salisburgo e Augusta, a donare alla Collegiata un primo organo monumentale, affidando la costruzione a Giuseppe Bonatti. Quello strumento segnò l’inizio di una tradizione musicale che ha attraversato i secoli e che ieri, grazie alla sensibilità e alla generosità della Comunità, è stata solennemente rinnovata. L’organo attuale, costruito nei primi anni del Novecento dalla ditta austriaca Gebrüder Mayer, è stato smontato nel 2018 per un restauro lungo e paziente, affidato all’organaro Zeni. Il risultato è uno strumento di 2776 canne, 43 registri, tre manuali con pedaliera e trasmissione meccanica: una macchina sonora di ragguardevoli dimensioni, potenziata nella voce e rinnovata nella struttura. Per accoglierlo, anche la cantoria è stata consolidata e ampliata, grazie al miracoloso progetto dell’architetto Pasquarè e dell’ingegner Oss Emer.
Nulla è stato semplice. Ritardi, imprevisti, ostacoli hanno segnato il cammino verso questa rinascita. Ma, grazie alla straordinaria resilienza di don Francesco Scarin, ora tutto è compiuto, e compiuto nel segno della fede e della speranza. La scelta della data inaugurale, maturata dal parroco dopo rinvii imposti da eventi più grandi di noi, ha trovato il suo compimento in una domenica che da sempre celebra il soffio divino nella storia umana.
E così ieri sera, dopo una benedizione carica di gratitudine e di emozione, l’organo ha preso a suonare. Non solo per realizzare un concerto, ma per testimoniare che la bellezza è ancora possibile, che il Mistero può ancora parlarci. Le musiche di Bach, Mendelssohn, Verdi, Saint-Saëns e altri – affidate alle mani esperte di cinque organisti: Luca Moser, Tarcisio Battisti, Stefano Rattini, Paolo Delama – hanno elevato il cuore dei presenti. Ma è l’organo stesso ad aver parlato più di tutti, con la sua voce ampia e generosa, fatta per attraversare i secoli.
Ora che la Collegiata ha ritrovato la sua voce, resta l’augurio che essa non taccia più. Che questo strumento, tornato a vivere, possa risuonare spesso: nella liturgia, nell’arte, nella meditazione, nella festa. Perché ogni sua nota sia una benedizione per la città, una carezza dello Spirito, una testimonianza viva di quanto l’uomo può creare quando si lascia ispirare dal soffio di Dio.
Buona Pentecoste, Arco. Che questa voce rimanga sempre con noi.