Il Comune di Arco annuncia il restauro di un gonfalone «risalente al 1700», «probabilmente realizzato da una bottega trentina». L’Archivio storico dello stesso Comune ha pubblicato, nel marzo 2025, una ricerca che ne ricostruisce la confezione nel 1949, da parte di un’azienda milanese.

È una distanza che merita una spiegazione. Soprattutto quando, per presentare l’intervento, si richiamano le radici della comunità e la tutela della memoria collettiva.
Il restauro è una scelta che condivido. Le condizioni del manufatto richiedono attenzione e il suo valore per la città giustifica l’impegno a conservarlo. Me ne ero occupato durante il mio mandato da assessore alla Cultura, proprio perché mi dispiaceva vedere un simbolo della comunità in quello stato.
La professionista oggi incaricata aveva predisposto anche allora un preventivo di massima e, in quell’occasione, aveva parlato, anche alla presenza dei giornalisti, di una possibile origine settecentesca.
Prima di procedere ritenni necessario approfondire. Chiesi quindi alla responsabile dell’Archivio storico comunale, Maria Gonzato, di verificare attraverso i documenti quale fosse la storia del gonfalone.
Consideravo quella ricerca un passaggio necessario per assumere una decisione consapevole: conoscere il bene, comprenderne il valore e valutare l’intervento su basi attendibili.
La ricerca fu svolta e i risultati furono pubblicati su In Archivio, la Gazzetta dell’Archivio storico di Arco, nel numero di marzo 2025. Il gonfalone compare anche sulla copertina.
La documentazione permette di distinguere con precisione due momenti: il riconoscimento del simbolo e la realizzazione materiale del manufatto. La concessione del diritto di usare il gonfalone risale al regio decreto del 29 dicembre 1930, cui seguono le lettere patenti del 1932. Per la confezione bisogna invece arrivare al 1949.
E qui abbiamo documenti molto concreti.
Il 5 agosto 1949 il Comune ordina alla ditta «La Nazionale – Manifatture» di Milano la confezione del gonfalone, specificandone caratteristiche e materiali. Nella pubblicazione è riprodotta anche la fattura del 12 ottobre. Con una lettera dell’8 novembre il Comune conferma di averlo ricevuto:
«È pervenuto a mezzo ferrovia il Gonfalone comunale, confezionato da codesta Ditta».
Sono carte che descrivono un ordine, una lavorazione, una fornitura e la sua ricezione. Qualunque diversa ricostruzione deve confrontarsi con questi elementi.
Ho letto anche la determinazione dirigenziale n. 386 del 17 agosto 2026, che affida il restauro per 4.782,40 euro, IVA compresa. L’atto richiama l’accertamento dell’interesse culturale del gonfalone e l’autorizzazione della Soprintendenza provinciale, rilasciata con prescrizioni. Esiste dunque un percorso di tutela e autorizzazione che va riconosciuto.
La determina, però, non riporta la datazione settecentesca né l’attribuzione a una probabile bottega trentina. Richiama una relazione tecnica, ma non ne riproduce i contenuti necessari a comprendere su quali elementi poggino queste affermazioni.
Resta quindi da chiarire come la storia raccontata nel comunicato si concili con quella documentata dall’Archivio.
Se sono emerse evidenze di tessuti o ricami più antichi, eventualmente riutilizzati nella confezione novecentesca, il Comune le illustri. Spieghi quali parti sarebbero settecentesche, su quali riscontri si fondi questa datazione e da dove derivi l’ipotesi della manifattura trentina. Renda pubblica la documentazione tecnica pertinente e chiarisca come sia stata confrontata con la ricerca archivistica.
Se invece quelle affermazioni non hanno un adeguato riscontro, il comunicato va corretto.
Un manufatto del 1949 può avere pieno valore storico, artistico e identitario. La sua conservazione non ha bisogno di due secoli di antichità in più per essere giustificata.
All’assessore alla Cultura Massimiliano Floriani chiedo di rispondere nel merito di questa contraddizione. Da chi ricopre quel ruolo mi aspetto la capacità di far dialogare le competenze, porre le domande necessarie e assicurarsi che le informazioni diffuse dall’amministrazione siano verificate.
È questa la responsabilità politica che intendo richiamare.
Gli specialisti del restauro studiano materiali, tecniche e condizioni conservative; l’Archivio mette a disposizione i documenti; la Soprintendenza esercita le proprie funzioni di tutela. Un’amministrazione deve valorizzare queste competenze e fare in modo che le conoscenze disponibili concorrano alle decisioni e alla loro comunicazione pubblica.
Nel comunicato questo confronto non emerge. Si presenta come acquisita una datazione senza spiegare perché differisca tanto dalla ricostruzione pubblicata dal proprio Archivio.
La verifica, oltretutto, poteva partire da un lavoro già svolto e reso accessibile. Il Comune aveva a disposizione una ricerca del Comune.
L’autorizzazione al restauro è un elemento importante, ma non risolve, da sola, la contraddizione nella narrazione storica. Allo stesso modo, un’inesattezza nel comunicato non dimostra automaticamente che l’intervento sia tecnicamente sbagliato. Richiede però una spiegazione puntuale, tanto più quando riguarda proprio la storia del bene che si intende valorizzare.
Durante il mio mandato ho ricevuto molte proposte di acquisti, iniziative e restauri. Ho sempre considerato parte essenziale del mio compito approfondire prima di decidere. Amministrare la cultura richiede entusiasmo, ma anche capacità di valutazione, confronto e verifica: si agisce su un patrimonio comune e si impiegano risorse pubbliche.
Per questo la vicenda del gonfalone merita attenzione. Ci ricorda quanto contino il lavoro degli uffici, la qualità delle domande e il rigore con cui un’amministrazione costruisce le proprie scelte.
Floriani richiama giustamente la «memoria collettiva». Prendersene cura significa anche rispettare il lavoro di chi l’ha ricostruita attraverso i documenti, confrontarsi con i suoi risultati e spiegare con altrettanto rigore ogni eventuale revisione.
La competenza di un amministratore non consiste nel conoscere già tutte le risposte. Consiste nel sapere quali verifiche chiedere e nell’assicurarsi che le risposte reggano alla prova dei documenti.