Leggendo i giornali (cartacei e online) del mese di luglio mi è parso di notare una specie di cambio di passo nella gestione della cultura altogardesana. Proveniamo da una stagione in cui, attraverso scelte coraggiose (spesso criticate), con figure più o meno popolari, la cultura ha rappresentato un punto centrale del dibattito pubblico locale. Attualmente, invece, sembra prevalere un’improvvisazione preoccupante da parte di amministratori che faticano a raccogliere l’importante eredità culturale lasciata da chi li ha preceduti, mostrando, a mio parere, carenza di visione strategica sul futuro.

La situazione odierna appare particolarmente delicata: da un lato vi sono decisioni che mi sembrano più influenzate da relazioni personali che da una reale valutazione delle strategie culturali; dall’altro, mi pare di avvertire un crescente interesse per la nostra zona da parte di realtà provenienti da altre parti del Trentino, attratte, a parer mio, soprattutto dalle risorse economiche e dalla presenza turistica del nostro territorio.
Tengo a sottolineare che quanto scrivo è espressione esclusivamente della mia personale opinione, maturata però dall’osservazione degli eventi. In particolare, la recente nomina della presidente del MAG – persona certamente competente e fortemente radicata nella comunità rivana, oltre che strettamente legata per parentela a figure chiave dell’amministrazione locale – solleva in me alcune perplessità. Non è in discussione la sua professionalità, quanto piuttosto l’opportunità di affidare contemporaneamente a una stessa persona la guida di due istituzioni museali diverse (la nuova Presidente del MAG è anche direttrice della Fondazione Museo Civico di Rovereto). Ricordo di aver ascoltato un intervento della Presidente — all’epoca ancora in pectore — alla Casa degli Artisti di Tenno, a proposito dell’importanza di “fare rete” tra musei… immagino quindi che questo sia sostanzialmente il motivo che sta dietro a questa scelta. “Fare rete”, però, a parer mio, dovrebbe significare creare sinergie virtuose tra realtà autonome, ciascuna con una propria distinta visione strategica, e non concentrare ruoli e responsabilità in poche mani.
Ad Arco, ad esempio, utilizzando risorse interne e grazie a un lavoro intenso e appassionato, in soli tre anni siamo riusciti a rivoluzionare la Galleria Civica Segantini, ponendola in rete con prestigiose istituzioni museali europee. Non abbiamo avuto bisogno di scambi di direttori o presidenti, è bastato puntare sulla qualità degli allestimenti e sul valore scientifico delle nostre proposte, grazie al contributo di professionisti competenti come il curatore dott. D’Agati e la direttrice Tognoni. – Tra l’altro colgo l’occasione per ricordare che se Arco potrà beneficiare di visibilità internazionale durante le prossime Olimpiadi invernali, ciò sarà esclusivamente merito della gestione della Galleria Civica Segantini e della lungimirante campagna di acquisizioni della nostra amministrazione, una visione strategica e culturale che purtroppo è stata banalizzata e strumentalizzata a fini elettorali ma che ora, a quello che leggo dai giornali, riempie di “grandissima soddisfazione” gli attuali amministratori cittadini… –
La situazione riguardante la nuova struttura teatrale di Arco non appare meno preoccupante. Circolano voci – che mi auguro infondate – secondo cui si starebbe valutando di affidare la gestione del nuovo auditorium ad una realtà privata di Pergine, che sembrerebbe già fornire all’Amministrazione indicazioni sulle attrezzature e sull’organizzazione degli spazi ancora prima della pubblicazione del relativo bando per la gestione. Se confermata, questa sarebbe una scelta emblematica di quella che a me sembra una gestione poco trasparente e priva di visione, preferendo soluzioni apparentemente semplici invece che puntare a valorizzare le risorse locali, che pure, negli anni, hanno saputo dimostrare notevoli capacità organizzative offrendo alla nostra Arco un panorama culturale degno del nome di Città.
Ritengo sia valido anche per Arco l’intervento di Maria Pia Molinari, apparso sulle colonne del quotidiano T del 17 luglio scorso, dove si sottolineava la necessità imprescindibile di definire con chiarezza obiettivi e strategie: quale cultura vogliamo promuovere? Qual è la funzione che intendiamo attribuire alle strutture culturali del nostro territorio? Non possiamo permetterci decisioni improvvisate o prive di un disegno a lungo termine.
Investire in cultura, come dimostrano i dati del rapporto “Io Sono Cultura 2024” di Symbola e Unioncamere, non è soltanto una scelta di prestigio ma anche strategica ed economicamente vantaggiosa. Nel 2023 il settore culturale italiano ha generato 104,3 miliardi di euro, occupando oltre 1,5 milioni di persone, con effetti moltiplicatori su turismo, trasporti e servizi collegati (per ogni euro di valore aggiunto prodotto dalle attività culturali e creative se ne attivano altri 1,8 in settori economici diversi). Numeri che confermano quanto sia fondamentale avere amministratori capaci di valorizzare le risorse culturali locali.
La strada intrapresa fin qui ha fatto della cultura uno dei motori dello sviluppo territoriale. Ora è essenziale evitare che questo patrimonio venga disperso da scelte estemporanee, prive di una chiara direzione strategica.
Fino a quando sarà possibile vivere di rendita senza una nuova e chiara progettualità culturale?