Lo confesso: ho letto con una certa sorpresa – e anche con un pizzico di soddisfazione – il comunicato pubblicato da Campobase all’indomani del primo consiglio comunale dell’era Fiorio. Un testo lucido, equilibrato, che sottolinea alcune criticità reali emerse già in questa prima fase amministrativa. Ma soprattutto, un comunicato che evidenzia – sempre con toni pacati – un nodo politico centrale: la difficoltà della Sindaca nel costruire un rapporto autentico e fiduciario con le consigliere, i consiglieri, e con la cittadinanza in generale.

Ecco, questo è un punto su cui non posso che convenire, e che, a dire il vero, ho sollevato più volte anche prima della campagna elettorale. Per mesi ho provato a mettere in luce come una certa impostazione, che a me pare tutta centrata sul controllo, sul sospetto e su una visione paternalistica dell’Amministrazione, potesse essere pericolosa. Non solo sul piano del metodo, ma anche – e soprattutto – su quello della fiducia reciproca, che è il fondamento della buona politica.
Mi ha colpito che nel suo discorso di insediamento la Sindaca abbia scelto di proporre, ancora una volta, gli stessi argomenti del discorso già pronunciato il 2 giugno per la Festa della Repubblica. Un intervento – verrebbe da dire “riciclato” – che sospetto abbia ripetuto anche durante i tradizionali incontri con le scuole di fine anno. Tema centrale: gli articoli 2 e 3 della Costituzione. Tema alto, certo, ma affrontato con un tono a mio avviso talmente vago e retorico da risultare alle mie orecchie inconcludente.
Avrei preferito – e credo di non essere il solo – una riflessione più incisiva e originale. Da un’avvocata mi sarei aspettato un affondo serio su quei due articoli costituzionali: non una semplice lettura ad effetto, ma una loro concreta traduzione in scelte amministrative. E invece, nulla di tutto questo. Solo quella che mi è parsa una confusa elencazione di diritti e un’imbarazzante banalizzazione dei vari concetti, tra i quali quello relativo ai “doveri inderogabili di solidarietà”, che mi è sembrato ridotto a una generica “attenzione del ricco verso il povero”… Probabilmente, per compiacere il suo elettorato, è stato meglio sorvolare sul fatto che da quei doveri inderogabili nascano alcuni obblighi come quello di sottoporsi a trattamenti sanitari obbligatori a salvaguardia della salute pubblica (non particolarmente gradito ai no-vax) o la difesa della patria (questione particolarmente spinosa in questo periodo) o ancora il dovere di contribuzione per le spese pubbliche (le tasse non piacciono a nessuno).
La spiegazione dell’articolo 3, poi, da quello che mi è parso di capire, ha visto ridurre il concetto del “pieno sviluppo della persona umana” a una specie di generica tensione al “benessere delle persone”, dando a mio parere troppo poco spazio al fatto che in questo articolo si afferma il principio cardine della nostra democrazia: quello di eguaglianza. A parer mio sarebbe stato utile – per esempio, nell’evento del 2 giugno organizzato da SMAG – ricordare come proprio dal secondo comma di quell’articolo nasca il diritto allo studio, anche per le realtà come la Scuola Musicale, che oggi sembra destinata a essere derubricata a semplice “sollazzo” nonostante l’ottimo servizio nel campo dell’istruzione che offre alla nostra Comunità. Il rischio che i tagli alla cultura colpiscano anche le borse di studio per gli allievi è reale. Eppure, nessuna parola in merito.
Anche la chiusura del discorso mi ha lasciato perplesso: quel generico porre “attenzione alla persona, alla sua dignità, ponendo sempre al centro un concetto di giustizia sociale” mi è sembrato più un tentativo maldestro di screditare le amministrazioni precedenti che una dichiarazione d’intenti per il futuro. Ma non basta nominare la giustizia sociale per praticarla. Serve visione, serve coerenza, servono decisioni. E serve – appunto – fiducia.
Proprio qui si innesta il punto più critico, e che Campobase ha colto con chiarezza: quella frase, pronunciata in consiglio, secondo cui “non ci si può fidare al 100% delle minoranze” ha lasciato l’amaro in bocca a molti. Ma non a me. Non perché la trovi meno grave – al contrario – ma perché, purtroppo, non mi ha stupito. È il riflesso fedele di un atteggiamento costante e diffuso, che mi pare emerga dal programma elettorale della coalizione di governo. Da quella che percepisco come una vera e propria promessa di controlli su quasi ogni aspetto della vita cittadina – come se gli abitanti di Arco fossero in partenza sospettati o colpevoli di qualche cosa – alla diffidenza verso la tecnologia (wi-fi e 5G), passando per quella che mi appare come una visione paternalistica dell’amministrazione, che mi sembra puntare a “proteggere” i cittadini perché ritenuti incapaci di scegliere da soli.
Un’impostazione che io contesto radicalmente. Perché non è così che secondo me si costruisce una Comunità. Arco non è un bambino da proteggere. È una comunità adulta, consapevole, responsabile. Una comunità che ha dimostrato – nei momenti difficili e in quelli ordinari – di saper agire con onestà, intelligenza e passione.
Io credo in un’altra idea di politica. Una politica che non parte dalla diffidenza, ma dalla fiducia. Che costruisce regole chiare, giuste, semplici – e poi si fida delle persone. Una politica che accompagna, che sostiene, ma che non sospetta a priori.
Perché la fiducia nei cittadini non si predica: si dimostra.