Guido Trebo


Viviamo un tempo in cui la libertà di parola, pur garantita formalmente, è ogni giorno più fragile nella pratica. Un tempo in cui manifestare il proprio pensiero, se non allineato con quello dominante, significa esporsi non a un confronto, ma a una macchina del fango. Un tempo in cui la dissidenza viene ridotta a fastidio, quando non a colpa.


Guido Trebo

Ne avevo avuto sentore già l’anno scorso, quando l’attuale sindaca Fiorio assieme all’attuale assessora Parisi mi rivolsero una singolare interrogazione in cui si sosteneva che la cultura dovrebbe istituire “percorsi” per “migliorare il pensiero dell’uomo”. Allora lo considerai un incidente di linguaggio, una goffaggine. Oggi comincio a credere che in quella frase si celasse una visione profonda e inquietante: l’idea che esista un solo modo giusto di pensare. E che la cultura debba servire non a liberare, ma a normalizzare.

A leggere i vari commenti sui social, parrebbe che, secondo questa nuova linea, chi perde le elezioni debba perdere anche il diritto di parola. Non ho più un incarico, dunque dovrei tacere. Ma che c’entra? Sono un cittadino libero, come ogni altro, e il mio diritto di esprimere opinioni non nasce da un seggio in Consiglio Comunale, ma dalla Costituzione, e da un principio ancora più profondo: quello per cui la parola è parte costitutiva della dignità umana. Un pensiero che resta chiuso dentro di noi non è ancora libero. Per esserlo davvero, ha bisogno di essere espresso, scritto, pronunciato.

Invece, a quanto pare, ogni volta che oso farlo, vengo bersagliato da un fiume di insulti, minacce, aggressioni verbali. Talvolta da profili anonimi, talvolta da persone in carne e ossa, che vedo camminare per le strade della mia città. Qualcuno ha perfino trovato il coraggio, ieri l’altro, di urlarmelo in faccia: “Ora che Arco è nostra, a te non faremo fare più un c…”. Una frase che racconta, meglio di qualsiasi analisi, la deriva di questa stagione politica.

Non bastavano le angherie subite durante la campagna elettorale (mi si perdonerà se ricordo anche episodi meschini come il gesto di urinare sull’uscio della casa dove abito): ora si pretende pure il silenzio. Ma continuerò a parlare. E non perché ami la polemica, ma perché sento che tacere sarebbe un tradimento non solo verso me stesso, ma verso l’idea di politica come servizio, confronto, costruzione condivisa.

Durante il mio mandato, abbiamo fatto della pluralità delle voci la bussola dell’azione culturale. Abbiamo sostenuto progetti di ogni orientamento, senza mai discriminare nessuno. Abbiamo garantito spazio, visibilità, sostegno anche a chi non la pensava come noi. Assessori oggi in carica hanno potuto presentare i propri libri in sale pubbliche; appassionati di musica e di arte vicini all’attuale maggioranza hanno avuto importanti spazi finanziati dal Comune. Perché? Perché credo, davvero, che il pensiero diverso sia una ricchezza. “Je ne suis pas d’accord avec ce que vous dites, mais je me battrai jusqu’à la mort pour que vous ayez le droit de le dire”.


Ora, invece, sembra che l’unica voce accettabile sia quella che plaude. Tutto questo non mi offende solo come cittadino, ma come persona che ha dedicato anni a servire la propria Comunità con passione, mettendo le esigenze della collettività davanti a tutto. Ho lavorato instancabilmente, anche mettendoci risorse personali laddove il Comune non poteva mettere le proprie, rinunciando a tempo, energie, affetti. E allora sì, è doloroso leggere certi commenti che riducono ogni cosa a una questione di soldi… ma si sa: spesso i commenti dicono più su chi li scrive che sul tema di cui si parla.

E infine, lasciatemelo dire, trovo sconcertante che la sindaca Fiorio, in un’intervista televisiva fatta durante la campagna elettorale abbia detto che io la odio.

Io non odio. Ho lavorato per anni in un gruppo appartamento per minori, a contatto con le ferite più profonde dell’umano, imparando a mettermi nei panni dell’altro, sviluppando una naturale empatia verso il prossimo.

Non odio, ma ho sinceramente paura. Ho paura di quella che mi appare come una sorta di isteria collettiva che sembra trasformare il dissenso in un crimine. Ho paura di un programma politico che molti commentatori non hanno nemmeno letto, e che a mio avviso rischia di impoverire la nostra città. Ho paura di questa decrescita felice che secondo me non sarà né felice né sostenibile. Ho paura di regolamenti che, in un momento di crisi, potrebbero gravare economicamente sulle cittadine e sui cittadini. Ho paura della chiusura dei parcheggi, dell’oscurantismo contro le nuove tecnologie, della superficialità con cui, a mio avviso, si affrontano temi delicatissimi come l’agricoltura, la sanità, il sociale o il turismo. Ho paura che opere iniziate vengano abbandonate, lasciando i cantieri incompiuti a segnare l’incapacità di governare. Ho paura di una cultura con una sola voce e ho paura dei tagli alla stessa, le cui cifre previste a bilancio (mi riferisco alla parte corrente, non alle spese straordinarie) sono già state criticate in passato da chi oggi governa. Ho paura delle scelte istintive, non meditate, che potrebbero compromettere per anni lo sviluppo della nostra Comunità.

Per questo scrivo. Non per provocare, ma per testimoniare. Perché se la libertà resta un valore, essa va esercitata, e se la politica ha ancora un senso, allora esso si trova nell’onestà con cui si ha il coraggio di dire la verità su quello che si pensa. Anche quando costa.

Soprattutto quando costa.